seguici anche su

MENSILE REGISTRATO AL TRIBUNALE DI TORINO N° 6 DEL 25.02.2014 - DIRETTORE RESPONSABILE DONATO D'AURIA

Agroalimentare

É finita l'epopea del gelato artigianale "Grom"

03 ottobre 2015

É finita l’epopea del gelato “Grom”


Torino – Nel 2002, nel corso di una celebre conferenza, il celebre gastronomo Carlo Petrini (fondatore, tra l’altro, di Slow Food) disse una frase forte:” Il gelato come una volta non lo fa più nessuno”. Il gelato come una volta, secondo la definizione di Petrini, era di due tipi. Uno era quello dei “signori” che, preparato da qualificati pasticcieri, veniva consumato nei caffè del centro città. L’altro, quello dei poveretti, arrivava nei piccoli paesi solo per le feste patronali in estate su celebri carretti. Questi due gelati avevano una cosa in comune: erano rigorosamente artigianali, visto anche che allora il concetto di “conservante” era sconosciuto. Questa frase forte, ma vera, lasciò di stucco un giovane enologo, figlio di un produttore di vini esportati nel mondo, di nome Guido Martinetti. Subito ne parlò ad un amico conosciuto al liceo, e poi incontrato di nuovo al servizio militare: Federico Grom. Con più di un pizzico di sana follia, decisero di “sfidare” indirettamente Petrini, aprendo una gelateria con laboratorio in Piazza Paleocapa, vicino alla stazione Porta Nuova, a Torino. Quella società e quel negozio, aperti con 65000 euro totali, divennero subito un punto di riferimento per i torinesi: quel gelato era sì un po’  più caro rispetto alla media, ma era buonissimo. Per la prima volta i consumatori sentirono parlare di differenze di gusto tra i pistacchi, di crema fatta con tuorlo d’uovo e di acqua proveniente da fonti vergini di montagna; mentre l’azienda cresceva sempre più, i fondatori decisero di creare un’azienda agricola in cui produrre tutta la propri frutta biologica, chiamata “Mura Mura”. Arriviamo ai giorni nostri e notiamo subito che l’azienda é diventata una multinazionale del gelato buono, con sedi in trentaquattro città italiane e, soprattutto, una decina all’estero, dislocate tra Estremo Oriente, Emirati e Stati Uniti. Il 2 ottobre 2015, tuttavia, arriva come un fulmine a ciel sereno (anche molti dei 600 dipendenti non sapevano nulla) la cessione del gruppo alla “super-multinazionale” anglo-olandese Unilever, che controlla, tra gli altri, Algida, Bertolli, Kraft, Calvé, Coccolino, Svelto, Dove, Sunsilk, Mentadent e Knorr, solo per citare i più celebri. Non era tutto “rose e fiori” come tutti credevamo. Spulciando tra i conti della Grom ci accorgiamo che l’azienda aveva bisogno di un profondo risanamento e che, senza alcun annuncio ufficiale, la sua espansione era stata già accompagnata dalla vendita del 15% totale, ripartito tra Illy e due fondi d’investimento, uno arabo e uno giapponese. Non sappiamo se anche queste quote sono interessate dall’operazione, così come non sappiamo come si comporterà Slow Food (alcuni gusti usano prodotti provenienti dai Presìdi) nei confronti dell’azienda e quale sarà il destino di Mura Mura. Sempre parlando di “segreti”, ci sentiamo di affermare che Grom non produce più gelati artigianali. Da alcuni anni, infatti, l’azienda lavora tutte le materie prime a Leinì e le smista in tutto il mondo. Insomma, una realtà artigianale di qualità é diventata una realtà industriale che, con l’appoggio di una multinazionale, utilizza i gelati per generare profitto attraverso operazioni finanziarie, tra cui l’acquisizione di quote societarie dei fornitori, strumento già usato dall’azienda per diversificare e tornare in attivo. Mentre parliamo di tutto ciò, Martinetti (ormai più uomo-simbolo dell’ideologia renziana che gelatiere) e Grom (da sempre più ragioniere che altro) intascano sessanta milioni e entrano da dirigenti molto ben pagati nel mondo della finanza mondiale, visto che Unilever é quotata anche a Wall-Street. In conclusione, l’azienda che ha rappresentato il Piemonte nel Padiglione Italia dell’EXPO é diventata parte di una multinazionale che, pare, la sta spingendo ad entrare nel mondo dei confezionati come sorella “di qualità” della “nazionalpopolare” Algida. Una storia di qualità ha ceduto il posto ad una storia di finanza e profitto a tutti i costi. Luigi M. D’Auria